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Cenni Storici

Cenni sul fenomeno migratorio tratti da alcuni testi

 

L’emigrazione al tempo dei nostri avi era vissuta come una fuga dalla miseria più disperata, era il tentativo di emanciparsi e di arrivare ad una prospettiva economica certa.

Anche le zone dove abitavano i nostri progenitori, non sono certo state risparmiate dal “ciclone” Emigrazione.

A spingere verso l’estero, in forma stabile o temporanea, braccianti e fittavoli, sono la forte pressione demografica, l’iniquità e l’onerosità dei contratti di affitto e mezzadria, che opprimono oltremisura i contadini e le loro famiglie, le disastrose condizioni igienico sanitarie delle case rurali, l’insufficiente e squilibrata alimentazione, causa di malattie come la Pellagra. Emigrare risolve, insomma, la pressante esigenza di ridurre il numero di bocche da sfamare, per dare la possibilità a chi resta di mangiare di più. Di più ma non meglio perché come scrive un autore locale di quei tempi, il cibo dei contadini veneti è “polenta di granturco e cinquantino; di questa, se può, il contadino si ciba tre volte al giorno, l’accompagna col latte, coi fagioli, qualche po’ di salame, formaggio, erbaggi, ma mai con la carne oppure rarissime volte”.

L’assunzione quasi esclusiva di polenta di Granturco, non integrata con apporti proteici, costituisce la causa principale della diffusione della pellagra che affligge il veneto per tutto l’Ottocento. Emigrare significa quindi scappare anche da questo tipo di malattia, simbolo di una condizione disperata. Le mete degli emigranti sono soprattutto gli stati americani come Argentina, Messico, Brasile, Stati Uniti…

A partire dal 1870 al 1900, sono molti, soprattutto dal Veneto, gli emigranti italiani verso queste mete.

 

 

L’esodo colossale che ha coinvolto tutta l’Europa

 

Verso la metà dell’ottocento, nell’ Europa devastata dalle guerre napoleoniche e “ messa in movimento” dalle nuove forze economiche, industriali e finanziarie, si è verificata una partenza in massa verso le americhe. Si calcola che dal 1840 al 1900 circa sessanta milioni di europei si siano trasferiti nel Nuovo Mondo. È il più grande esodo della storia.

L’emigrazione italiana si inserisce in questa colossale migrazione; è parte di un “avvenimento” che coinvolge tutta l’Europa. Il mondo vecchio scompare e nasce, sotto la pressione del capitalismo emergente, una società nuova. Questo movimento tumultuoso è provocato anzitutto dal forte aumento della popolazione e dalla crisi dell’agricoltura. Per la prima volta la terra non è in grado di nutrire coloro che vivono sulla campagna. Milioni di contadini sono costretti a cercare nuove terre in America.

Contemporaneamente arrivano le macchine. Cambia il volto della società. Nascono nuove città, le ferrovie accorciano le distanze. Il mercato internazionale del lavoro sposta milioni di operai al di là dell’Atlantico. Un altro elemento importante è la fine delle terre comuni. Un tempo i contadini poveri potevano utilizzare terreni appartenenti ai nobili o alla chiesa e messi dalle autorità a loro disposizione. Ora queste terre comuni non esistono più. I poveri diventano miserabili. Non rimane loro che rifugiarsi nelle periferie delle città o emigrare.

C’è infine un problema fondamentale: l’America è vista da molti come la nuove “Terra Promessa”. Nell’immaginario collettivo il continente americano garantisce pane e libertà; anche chi non possiede nulla può fare fortuna.

Ma non è soltanto la miseria che spinge gli emigranti a varcare l’Oceano: è il desiderio di tentare l’avventura, il bisogno di vivere in una società meno oppressiva, di mettere alla prova le proprie capacità.

Il 1840 è considerato l’anno di nascita dell’emigrazione moderna. Prima emigravano mercanti, funzionari, soldati, avventurieri. Andavano nelle colonie; partivano con le armi. Ora partono lavoratori e famiglie: al posto delle armi portano strumenti di lavoro. Cercano terreni da dissodare, città da costruire. L’avvenire è al di là dell’oceano, dove esiste un continente ricchissimo e vuoto. In Italia il grande esodo comincia nel 1875.

Le cause sono le stesse: l’aumento massiccio della popolazione, la crisi della campagna, l’arrivo delle macchine. Anche nella penisola cessa il privilegio delle terre comuni; anche in Italia la gente pensa all’America come al Paese dei sogni che li libererà dalla fame e dall’oppressione. Ma in Italia l’emigrazione assume ben presto una caratteristica precisa. È un emigrazione diversa, la più numerosa di tutte, la più sfruttata, la più abbandonata. È un esodo infinito. Thomas Sowell, uno studioso americano, lo definisce “il più grande esodo di un popolo nella storia moderna”.

 

 

Nasce l’Italia, partono gli emigranti…

 

 

Nella Penisola l’emigrazione inizia con una ventina d’anni di ritardo rispetto all’Europa settentrionale: essa coincide di fatto con la nascita dell’Italia.

L’abbinamento “Italia=emigrazione” non deve sorprendere. Con l’unificazione del paese infatti, scompaiono i piccoli mercati locali e nasce un mercato unico e aperto alla concorrenza. L’Italia non è ancora pronta a questo confronto.

Al momento dell’unificazione l’Italia presenta un bilancio con molti passivi. Ha una popolazione di 26 milioni di abitanti in forte crescita, ma è del tutto priva di materie prime. L’industrializzazione è appena avviata. L’agricoltura è molto arretrata. L’analfabetismo raggiunge l’80% della popolazione.

L’Italia è afflitta da antiche piaghe: la malaria uccide 40000 persone ogni anno (anche Cavour è morto di malaria…); la pellagra 100000. Mancano strade, scuole, ospedali, case, ferrovie… Per fare fronte a questi bisogni lo stato è costretto a premere sulla popolazione con tasse feroci. L’emigrazione è presente, ma in misura contenuta.

Il Veneto, al momento in cui viene unito all’Italia (1866), è in difficoltà. È la terza regione agricola dell’Italia, ma è nello stesso tempo la più arretrata del nord. Non è terra di braccianti: su una popolazione di due milioni e ottocentomila persone vi sono cinquecentosedicimila piccoli proprietari. Contrariamente a quanto pensano alcuni, non è con l’annessione all’Italia che sono cominciati gli anni difficili dei contadini veneti. È un malessere che parte da lontano, da quando Venezia, in seguito alla scoperta dell’America, è rimasta tagliata fuori dai grandi traffici marittimi. Tre secoli e mezzo non sono bastati per cambiare l’economia della regione.

Nobili veneziani e ricchi borghesi ora puntano sulla campagna. Ma è gente che non ama la terra. Se ne sta in città e affida ai “gastaldi” la gestione dei fondi. Incassa le rendite e basta.

A differenza della Lombardia, che punta sull’allevamento del bestiame, sul latte, sul burro,sui formaggi (l’agricoltura che diventa industria…) il Veneto è ancora fermo ad una visione arcaica della campagna. La terra produce solo quello che serve per sfamare i villici e confortare i padroni. Prevale la coltura mista; manca ancora quella specializzata. I contadini si limitano a seguire le produzioni abituali, utilizzando i vecchi strumenti di lavoro ereditati dai nonni. L’arretratezza dell’agricoltura veneta sta proprio qui; i molti mali che affliggono i lavoratori della terra sono le conseguenze di una società che non si rinnova. È una società arretrata ed immobile. Presenta qua e là elementi di rinnovamento, ma si tratta di episodi locali. L’agricoltura della regione rimane nell’insieme, vecchia e ammalata.

Vi sono produzioni stagionali che danno una mano ai contadini: l’allevamento dei bachi da seta, la tessitura fatta in casa, il tabacco. In particolare il baco da seta offrirà per molto tempo alle famiglie contadine un reddito modesto ma interessante; porterà in molte case il telaio e allenerà generazioni di donne alla tessitura. Da lì prenderà le mosse, nella seconda metà dell’ottocento, quella grande industria tessile che farà del Veneto una delle culle del capitalismo italiano.

Ma è una storia che vedremo più avanti. Per ora ci preme sottolineare che quella veneta era una società rurale immobile, scalfita solo marginalmente dal vento del rinnovamento. Nel Veneto non ci sarà, come in Lombardia, un tipo di sviluppo capitalistico della campagna; non ci saranno cioè padroni capaci di vedere l’azienda agricola come una fabbrica che richiede investimenti e garantisce redditi. La loro sarà semplicemente una rendita parassitaria, come per i Baroni del Sud.

Nella campagna veneta Bassano occupa una posizione strategica: è collocata dove finisce la pianura, soverchiata dallo schieramento imponente delle montagne. Il Brenta esce dalla vallata e si distende. La montagna è il punto più debole della regione; lì i mali dell’economia veneta sono portati all’estremo. I terreni sono frazionati al massimo. I torrenti, ancora privi di argini, provocano di tanto in tanto alluvioni devastanti. È da quelle montagne, splendide ma quasi del tutto prive di risorse, che partiranno le prime colonne di emigranti diretti verso il Nuovo Mondo.

 

L’emigrazione veneta in Messico

Aree di partenza.

Partivano in molti, da tutto il Veneto, anzi da tutta l’Italia post-unitaria, ed alcuni erano partiti anche prima, ormai sulle rotte atlantiche, dopo aver percorso antiche strade della vecchia Europa (quasi sempre in un emigrazione temporanea) fino agli estremi confini dell’impero Austro-Ungarico, verso il Belgio e la Francia.

Il fenomeno migratorio della seconda metà dell’800, su cui esiste ormai una sempre più vasta bibliografia, coinvolse la gran parte delle regioni italiane, manifestandosi con tutta la sua drammaticità, come fenomeno di un malessere economico prima ancora che sociale, mano a mano che si acuivano le difficoltà e si facevano palesi le insufficienze di uno Stato, come quello italiano, in cui l’Unità era stata all’insegna di valori e di interessi borghesi, mentre rimanevano irrisolti, anzi aggravati, i problemi delle plebi contadine.

Un saggio dello Nievo, ancor oggi ignorato dalla Storiografia, puntualizzava il divario socioculturale tra le plebi e la borghesia, ed indicando nel disinteresse e nell’incuria annosa la responsabilità di quest’ultima, sollecitava non pietosamente ad un riscatto del mondo contadino come ad uno dei primi ed imprescindibili atti di giustizia, ma anche di opportunità.

Le vicende del mondo rurale, tristi dappertutto e stridenti nel panorama italiano della seconda metà del secolo scorso, divenivano insostenibili per molti in numerose aree del Veneto.

Quando gli agenti delle compagnie di navigazione e gli agenti per l’emigrazione cominciarono a battere le campagne venete, spesso incaricati di richieste d’oltre oceano, invogliando chi si trovava in gravi difficoltà di sopravvivenza e talora in conflitto sempre più aperto con il padronato agrario, la risposta del mondo contadino non si fece attendere; progressivamente, si estese l’ansia ad emigrare ed a trovare migliori condizioni di vita, resa spesso più urgente da una condizione sempre più miserabile dalle difficoltà economiche, aggravate a loro volta da frequenti calamità naturali.Chi scelse la via del Messico lo fece certamente per una sollecitazione precisa che, come si avrà modo di vedere nasceva da un’espressa volontà politica che trovava, dopo le prime formulazioni del 1850 ed i primi tentativi, una ripresa ed una più attenta considerazione agli inizi del periodo successivo.

Se ne andarono in tre ondate, genti dell’alto Trevigiano e del Feltrino, alcuni tirolesi e alcuni lombardi.

Tutti contadini, fatta qualche eccezione, e partono dopo aver venduto tutto, o ceduto ai propri parenti che rimangono; sono famiglie intere, con molti giovanissimi e anziani.

Ci si è serviti, per dipanare l’episodio migratorio veneto verso il Messico, con tutte le sue implicazioni, di una sessantina di interviste strutturate.

Il quadro emergente, che già si è avuto modo di delineare, fa convergere per la gran parte l’attenzione sul fattore povertà come spinta ad emigrare o, quando prevale il pudore della condizione dei propri antenati, su desiderio di realizzare migliori condizioni di vita.

Nelle parole dei pronipoti ancor oggi si fa luce il ricordo di un mondo agricolo caratterizzato soprattutto dalla produzione tipica dell’area pedemontana, con riferimenti alle coltivazioni di granturco, viti, frumento, ma anche olivi, castagni, gelsi, alberi da frutto in generale; mentre l’allevamento bovino nelle dimensioni minime delle piccole unità produttive spicca come costante assieme a quello dei capi di bestiame più minuto, pecore e capre, suini ed animali da cortile.

In queste parti di tabelle (fotocopiate dal volume stampato dalla regione) sono riportati alcuni dati sull’emigrazione riferiti a quel periodo. Molti altri documenti frutto della nostra ricerca non sono stati inclusi per non frammentare ed espandere troppo questo capitolo (sintesi delle parti ritenute da noi interessanti, di una decina di testi consultati).

L’emigrazione in Messico, itinerario di speranza

 

La crisi agraria si stava manifestando in tutta la sua intensità quando gli agenti delle compagnie di navigazione cominciarono a reclutare passeggeri tra le popolazioni agricole dell’ Italia settentrionale per i paesi transatlantici da cui provenivano richieste di coloni.

È il 1876 l’anno in cui si avvia questo processo di sfoltimento delle campagne che tanto preoccupava i benpensanti timorosi di perdere la manodopera .

Gli anni successivi videro incrementarsi il fenomeno, che favorì anche, proprio per le sue dimensioni, il gioco di agenti senza scrupoli. L’ambiguità del piano su cui si muovevano tali agenti nel reclutare i passeggeri fu senza dubbio frequente.

Anche se su di essi si scagliavano le ire dei possidenti e di quanti vedevano nell’emigrazione un pericolo e, pertanto cercavano di contrastarne l’azione, con motivazioni ed ostacoli di natura morale e burocratica.

Rimane pur vero che il limite tra legalità ed illegalità, o meglio, tra onestà e disonestà di procedimento fu assai labile. Spesso i contadini venivano ingannati, facendo pagare ad essi oltre il dovuto, o richiedendo loro delle percentuali d’ingaggio non previste da alcun contratto, ma alle quali i passeggeri si piegavano pur di partire. Un’inchiesta della magistratura veronese faceva chiudere per frode la sede di un’agenzia che si occupava di emigrazione nell’odierna provincia del Trentino, ed in altre province Venete.

La precarietà della situazione del contadino, esposto ai soprusi, fragile di fronte agli inganni per il suo ordinario analfabetismo, prima e durante i lunghi viaggi, è facile da immaginare, ed ha generato una letteratura ampia e ben documentata a cui si rimanda.

Il Messico, che chiamava italiani settentrionali e tirolesi (il trentino si chiamava allora tirolo) a colonizzare alcune aree predestinate allo scopo, giungeva a tale risoluzione dopo una lunga gestazione legislativa ed un dibattito ancora più lungo.

Le perplessità, come si era visto non erano mancate, nel corso di un lungo periodo durante il quale si erano considerati i pro e i contro di questa o di quella popolazione migrante o colonizzante.

I progetti di riforma agraria e di slancio dell’economia agricola caratterizzarono la politica messicana di tutto l’Ottocento, con le controverse e contraddittorie tensione che non potevano non sussistere in una confederazione recente dominata fin dalle sue origini coloniali dal latifondo. I diversi progetti sul piano del rilancio economico dell’agricoltura tramite coloni stranieri, iniziati fin dal 1850, non prevedevano per il momento la presenza degli italiani sui quali, anzi, graverà a lungo il peso di una identificazione negativa laddove l’italiano era per i conservatori sinonimo di garibaldino, laico, progressista ed anticlericale. Pur nella specificità del progetto rimaneva incerto l’orientamento sulla scelta dei coloni; alla fine si opterà per una soluzione che diverrà emblematica se vista nella prospettiva dei miti messicani, vivi fin nei nostri giorni, che porterà ad attingere, mediante agenti, al patrimonio migratorio fluito già negli stati uniti, il vicino a cui si guarda con interesse come modello di sviluppo da raggiungere e da imitare.Si tratterà di coloni, europei d’origine, ritenuti i più consoni alle esigenze di sviluppo messicane e quelli che più facilmente si sarebbero integrati dentro le colonie miste, per le quali è previsto un impianto di circa 4500 piazze, strutture portanti. Ma il progetto, per motivi sconosciuti, fu destinato a naufragare; forse non si realizzarono gli espropri per opposizioni comprensibili; sta di fatto che, mentre esso moriva, andava in porto quello di Papantla, con i coloni genovesi, malgrado i pregiudizi di quegli anni nei confronti degli italiani.

L’esperimento Papantla tuttavia, iniziato nel 1857, rapidamente declina nelle sue motivazioni iniziali per una serie di fattori non presi in considerazione, come le difficoltà di adattamento, le febbri malariche, il clima. Messicani e francesi provenienti dalla Luisiana sostituiranno gli italiani scompaginati e decimati.

Malgrado le incertezze iniziali, il governo messicano appare, dalla documentazione, ben fermo nelle sue intenzioni di procedere sulla strada della colonizzazione. Pochi anni dopo la prima esperienza, il Ministerio de Fomento annuncia al congresso la proposta di una nuova legge sulla colonizzazione, avviando così a costituire un corpus organico sempre più nutrito e articolato, nelle intenzioni teso a superare le difficoltà e gli inutili sforzi fino allora prodigati a favore del flusso migratorio straniero. Finalmente si comprende la necessità di provvedimenti atti ad organizzare non solo l’aspetto migratorio in senso stretto, ma anche il presupposto indispensabile costituito da terreni idonei reperiti tra i balzdos, ossia tra quelli di proprietà nazionale incolti.

Nel 1875 dunque, dopo sette anni di discussioni e proposte per il riordino e la modifica di quanto si era cominciato a disporre fin dal 1854 con decreto governativo sulla emigrazione europea, era pronto l’apparato dello Stato all’impresa, e si erano stanziati anche i fondi necessari perché entro breve tempo si desse inizio alla colonizzazione.

 

Il contratto Conti

 

La storia del contratto Conti, stipulato nel 1878, e portante il nome del procuratore di un’agenzia di emigrazione con sede a Genova, è illuminante al proposito di conoscere la situazione del periodo.

Secondo le clausole del contratto, dovevano essere avviate al Messico, partendo da Genova ed approdando al porto di Veracruz, trecento famiglie di contadini italiani “abili ed esperti” come cita il testo del contratto, mentre nei dieci anni di durata del contratto sarebbero dovute arrivare altre cinquecento famiglie.

Il governo messicano si impegnava a pagare all’impresa cento pesos per ogni persona adulta e cinquanta per ogni bambino di età compresa fra i due e i dodici anni; dentro tale cifra si comprendevano tutte le spese del viaggio marittimo ed il mantenimento fino all’arrivo alla colonia. Il governo dava inoltre all’impresa anche il terreno sufficiente per fondarvi la colonia, in misura di trenta ettari per Famiglia, più cinquecento metri quadri di un lotto per erigervi un abitazione.

Si esprimono nel contratto anche tutte le garanzie di idoneità e salubrità del luogo, secondo un formulario che aveva lontani antecedenti nelle colonizzazioni spagnole d’America. In sintonia con la legge del 1875, erano previste anche le modalità di riscatto dei terreni per i coloni e, per la compagnia di navigazione, lo sviluppo di una linea regolare di navigazione tra Genova e Veracruz, denominata “Linea Postal Maritima Italo-Mexicana”, con l’obbiettivo di sviluppare relazioni commerciali ed industriali. L’orientamento filo italiano, espresso sia nella scelta di coloni che nella prospettiva di futuri sviluppi di rapporti economici va forse interpretato alla luce di quanto recentemente si era verificato nella storia messicana, con l’impresa di Massimiliano d’Asburgo e l’implicita esclusione della Francia, alla quale in altri tempi si era guardato con interesse dal punto di vista migratorio. Ma un pregiudizio dovette essere rimasto nei confronti degli italiani se l’ambasciatore messicano a Roma si batteva per far comprendere al suo governo l’inopportunità di tale migrazione, aggiungendo ai motivi pratici quelli morali; ed ancor più si batteva per denunciare il contratto Conti, accusando la compagnia genovese di non offrire le garanzie necessarie.

L’ambasciatore riuscì ad affossare, con le sue continue polemiche ed i suoi interventi, il contratto Conti.

 

Il flusso migratorio dopo l’abbandono del contratto Conti

 

Con il nuovo presidente messicano Manuel Gonzales, successore di Porfirio Diaz, crebbe una nuova volontà politica precisa ed orientata.

A Roma il ministro del Messico Juan Sanchez Azcona, avvia immediatamente una nuova politica migratoria e crea i presupposti per una nuova spedizione di coloni italiani, destinata ad essere la prima di una serie che si esaurirà nel biennio 1881-1882.

In marzo del 1881 si perfeziona, tra il governo messicano e la società Rovatti di Genova, un contratto per la spedizione di coloni dall’alta Italia, per un totale di centocinquanta famiglie ed un numero complessivo di emigranti che non superi i cinquecento individui di età superiore ai due anni. Questa volta, tuttavia, graverà per qualche tempo l’ipoteca della sfiducia dello Stato italiano nei confronti della spedizione o, quantomeno, si estende a questo contratto la perplessità che le autorità cominciavano a nutrire nei confronti delle compagnie di navigazione ed in quelle di reclutamento.Quando infine vengono sciolti i dubbi e provata la serietà della società Rovatti, vengono imbarcate nel porto di Livorno, sul “Vapore Atlantico”, centotre famiglie per un totale di quattrocentotrentun persone, di cui duecentocinquantanove maggiori di dodici anni, centotrentatre dai due anni ai dodici e trentanove sotto l’età di due anni. Dopo oltre un mese di navigazione, il 19 Ottobre 1881 giungevano al porto di Veracruz, mentre gravava la preoccupazione della febbre gialla e delle febbri malariche, quasi una costante di quegli anni, soprattutto nei mesi più caldi.

Delle centotre famiglie partite ventiquattro erano venete.

Nel corso della navigazione era morto un bambino e ne erano nati tre. La colonia che in omaggio al presidente della Repubblica messicana era stata chiamata Manuel Gonzalez, si estendeva per millequattrocentottanta ettari nei pressi della cittadina di Huatusco, Stato di Veracruz, ad una altitudine compresa tra i settecentonovantatre e i milleduecentotredici metri sul livello del mare. Da un punto di vista climatico, dunque, la zona si poteva definire temperata.

I disagi del viaggio, la cattiva alimentazione, avevano malridotto una buona parte degli emigranti; nel luogo di raccolta, ad Orizaba, in attesa di prendere possesso della colonia, passarono alcuni giorni acclimatandosi, mentre l’ingegnere preposto compiva le suddivisioni delle terre assegnate ai coloni, e procedeva ad eseguire la traccia dell’abitato della colonia nel luogo chiamato Vista Hermosa. Era previsto lo spianamento del terreno e la costruzione delle case, seguendo, nell’assegnazione, un criterio che privilegiava coloro tra i coloni possedevano nozioni o sapevano svolgere lavori di interesse comune o tali da dare particolare impulso alle attività della colonia; costoro dovevano trovar posto nell’isolato centrale, assieme all’aiutante medico, all’interprete ed ai capisquadra.

Nel nucleo centrale erano previste le scuole, le abitazioni degli insegnanti ed i locali per gli uffici amministrativi della colonia. Il criterio di una regolarità di distribuzione, e pertanto anche di suddivisione, dei lotti fabbricabili, da cui nasceva una regolarità d’impianto, venne raccomandato seguendo l’antico esempio della colonizzazione spagnola. La distribuzione dei terreni coltivabili doveva avvenire di li a poco, in gennaio; e per il frazionamento si consigliava all’ingegnere capo di determinare zone concentriche, con centro nell’abitato.

Da un punto di vista operativo, la colonia procedette in maniera soddisfacente, anche se un certo numero di emigranti defezionò in tempi successivi, spostandosi in un’emigrazione interna che, come vedremo, sarà consueta. Meno soddisfacente il fattore salute, dato che la mortalità infantile fu molto alta, soprattutto nel primo mese, con undici bambini morti, ed un totale di ventiquattro da novembre a giugno. Gli adulti ressero meglio l’impatto con il nuovo ambiente, ma due persone morirono. Le nascite controbilanciarono in parte le morti, tra novembre ed aprile nacquero sette maschi e sette femmine.

La storia della colonia, tra quelle destinate a reggere nel tempo, si scriveva dentro l’ambito dell’integrazione prevista. Posta nei pressi di un centro di antica fondazione, avrebbe dovuto anche godere dei vantaggi di una linea ferroviaria, prevista dal 1883 ma in realtà mai portata a termine, che avrebbe dovuto collegare Huatusco a Camaron.

L’entusiasmo per la prima colonia italiana che ha decollato fa si che la stampa locale accompagni i suoi primi passi e si esprima in termini lusinghieri.

Nella colonia di oggi, cresciuta e totalmente integrata, appena si distinguono le ascendenze italiane in pochi ricordi generici tramandati. “Venivano dall’Italia i nostri nonni!”; però a domande più precise non sanno rispondere; ed è caduto anche qualsiasi interesse, in generale, nei confronti dell’antica madre patria. La messicanizzazione sperata a suo tempo dal governo è avvenuta in tempi più celeri che in qualsiasi altra ex colonia; a ciò ha sicuramente contribuito non tanto l’esiguo numero di famiglie messicane che comparteciparono nella vita della colonia, quanto il fatto stesso che, posta com’era a diretto contatto con un polo antropico esistente, e al suo interno senza un compatto gruppo etnico dominante da un punto di vista linguistico, si è trovata nella disposizione di essere assorbita. Morti alcuni anni fa gli ultimi dialettofoni della seconda generazione, tra i discendenti non vi è più nessuno che ricordi la lingua dei padri, se non per alcune sequenze non sempre connesse di parole, ma entro strutture linguistiche nettamente spagnole.

Un caso interessante sotto questo profilo è costituito da una dialettofona di ritorno, da noi intervistata, che ha cominciato ad apprendere il dialetto sui vent’anni, in un ambiente diverso da quello natio, dove si era recata a vivere dopo il matrimonio. Nell’attualità, la ex colonia vive perfettamente integrata e non più identificabile nella sua dimensione originaria.

L’emigrazione in Messico finalmente ben avviata con il contratto Rovatti non chiedeva a questo punto che di essere alimentata secondo i progetti del governo. Ed in tal senso si indirizzarono carteggi diplomatici tra l’ambasciata messicana in Roma e i responsabili del governo messicano.

 

L’emigrazione veneta in brasile.

LA MIRABILE EPOPEA DEI CONTADINI VENETI

 

Alla fine dell’ottocento circa 325.000 veneti, in gran parte contadini, si sono trasferiti in massa in Brasile. Parecchi di loro si sono stabiliti in mezzo alle foreste e lì hanno costruito paesi e città, chiese e monumenti, industrie e commerci.

È l’unico esempio di colonizzazione democratica realizzata dai nostri emigranti nell’America Latina: un pezzo di Veneto trasferito al di là dell’oceano, con il suo dialetto, la sua religione, le sue tradizioni.

Tutto era incominciato nel 1875, quando l’imperatore Pedro II° aveva deciso di portare nelle terre brasiliane famiglie fatte arrivare dall’Europa. La sua idea era di “rendere più bianco il Brasile”. Non era un’immagine poetica. Il problema era che l’economia dell’immenso paese si reggeva allora su un solo prodotto: il caffe. È a mandare avanti la macchina produttiva erano gli schiavi. La conseguenza era una situazione di estrema fragilità. I veri padroni del Brasile erano i “fazendeiros”.

Le autorità brasiliane avevano preparato, per l’occasione, piani grandiosi che prevedevano l’arrivo di centinaia di migliaia di famiglie contadine. Avevano stanziato somme enormi e avevano mandato reclutatori in Europa alla ricerca in Europa alla ricerca di emigranti disposti a trasferirsi in Brasile, su terre ancora libere, fecondate da molte acque.

Agli emigranti veniva offerto il viaggio gratuito e un lotto di terreno che avrebbero pagato, ad un prezzo ridotto, in dieci anni.

Avrebbero ricevuto sementi, strumenti di lavoro, animali. Erano state previste pure norme per proteggere i nuovi arrivati da eventuali abusi.Una nota finale avvertiva che il governo si riservava il diritto di mandare gli emigranti dove la loro presenza fosse risultata utile.

Erano state costruite apposite società che avevano il compito di reclutare e di trasportare gli emigranti dall’Europa verso il Brasile.Era stata data la preferenza all’Italia perché aveva popolazione abbondante.

Tra le regioni italiane al primo posto era stato classificato il Veneto perché i suoi contadini avevano una buona esperienza nella conduzione di piccole aziende agricole e conoscevano tutte le coltivazioni. Inoltre i veneti erano apprezzati perché “laboriosi, pacifici, religiosi ed anche puliti.

Diciamo subito che le cose non andarono come previsto. Il piano era buono, ma la sua realizzazione era stata affidata alle “compagnie di immigrazione”, le quali avevano fatto scandalosamente i loro interessi.

Una sola di queste si era assicurata un contratto che prevedeva di portare 500.000 emigranti in cinque anni. Non erano più persone, ma merce da accatastare nelle stive, come il grano o il bestiame.

Si aggiunga che i “fazendeiros”, che controllavano il mercato del caffè, erano entrati con prepotenza nell’affare. L’arrivo di tanti contadini destinati a diventare proprietari andava contro i loro interessi. Loro avevano bisogno di “proletari” disposti a prendere il posto degli schiavi ormai prossimi alla liberazione.

Nel 1888 era stata abolita la schiavitù.

Pochi mesi dopo la rivoluzione aveva costretto Pedro II° ad andarsene. L’impero del Brasile si era trasformato in Repubblica.

Il piano di colonizzazione si era arenato. Era venuta meno la volontà politica di portarlo avanti.

I soldi messi a disposizione erano finiti in gran parte nelle tasche dei reclutatori.

Gli schiavi, ottenuta la libertà, non accettarono più di lavorare per i loro antichi padroni. Il loro posto verrà occupato in buona parte dagli italiani; e fu una grande tragedia. Gli abusi saranno così numerosi che il Governo di Roma si vedrà costretto ad intervenire.

Intanto nel Rio Grande do Sul gruppi di contadini veneti arrivavano senza interruzione. Venivano accompagnati (alcuni a piedi, altri per mezzo di barconi, lungo il fiume Rio Taquari) su un vasto altopiano dominato dalla foresta. Il primo nucleo si era stabilito a Caxias, altri si erano insediati a Dona Isabel e a Conde d’Eu. Da questi primi insediamenti sorgeranno le attuali città di Caxias, Nova Vicenza (Farroupilhia), Flores de Cunha, Sao Marcos, Garibaldi, Carlos Barbosa, Bento Gonçalves.

Negli anni Ottanta nasceranno le colonie di Antonio Prado e Alfredo Chaves, all’interno delle quali si formeranno successivamente Veranopolis e Nova Bassano. Seguiranno Encatado, Nova Brescia, Putinga, Ante Gorda, Guaporè. Sono queste colonie che formano quella vasta area chiamata “il Veneto in Brasile”. Lì si parla ancora il dialetto dei pionieri e si sono conservate le tradizioni dei paesi di partenza. Capitale di questa regione tutta italiana è Caxias, che ha oggi 450.000 abitanti.

 

 

Italia e Germania: due emigrazioni a confronto

 

Anche la Germania ha avuto – nell’800 – una forte emigrazione. Vedere come ha affrontato il problema aiuta a capire che l’Italia poteva fare e non ha fatto.

Quando in Germania è incominciato l’esodo (1848) sia lo stato che la chiesa sono intervenuti in modo esemplare. Coloro che decidevano di partire venivano preparati; gli ingaggi erano controllati; vi erano aiuti per chi voleva fare investimenti in imprese di colonizzazione. Non era solo lo stato che interveniva, erano i privati in maniera massiccia.

Quando il vescovo di Munster ha fondato un’Opera per gli emigrati, tutto l’Episcopato l’ha appoggiato. Quando è nata la San Raffaele per la loro tutela giuridica e sociale,non vi era parrocchia che non raccogliesse fondi per costruire scuole, chiese ed opere sociali per i “fratelli espatriati”.

Chi partiva sapeva di appartenere ad una nazione che non lo avrebbe dimenticato.

 

In Italia lo Stato non si occupava dell’emigrazione: era convinto che era preferibile abbandonarla alla libera legge del mercato. Anche i privati erano assenti, un po’ perché i capitali erano scarsi, un po’ perché gli italiani non erano abituati al rischio.

Quando mons. Scalabrini ha fondato un nucleo di missionari per gli emigrati e un Patronato per la loro assistenza, interi episcopati lo hanno ignorato: quello piemontese…quello lombardo…quello veneto… Il suo progetto di una “giornata dell’emigrazione” non è mai stato accettato. La chiesa italiana si occupava molto dei negri dell’africa, poco o niente degli emigrati.

 

I tedeschi partivano nell’ordine. Venivano mandati solo dove la terra era buona e gli emigrati protetti, lasciando agli altri (italiani appunto) i posti più difficili.

 

Quella italiana era un emigrazione senza guida, allo sbando.

 

Nel Brasile tedeschi ed italiani si erano trovati vicini a condurre la stessa battaglia.

 

Da una parte vi era un’emigrazione assistita da molti capitali, dall’altra l’emigrazione dei poveri che avevano solo le loro braccia.

 

I programmi tedeschi erano grandiosi. Una sola società aveva acquistato, nello stato di Santa Caterina, 650.000 ettari di terreno; un’altra aveva sistemato 22.500 emigrati. Con le navi non arrivavano solo coloni ma medici, sacerdoti, tecnici,uomini d’affari; arrivavano piante, fiori, sementi, animali, strumenti di lavoro.

 

Dall’Italia arrivavano solo contadini, operai ed artigiani; arrivavano con il paiolo della polenta. Nessuno li accompagnava, ad eccezione di qualche missionario. La borghesia italiana era così ingenua che era convinta che i nostri contadini avrebbero retto benissimo il confronto. Contavano sulla loro laboriosità e capacità. Avrebbero fatto a meno dei capitali.

 

È vero alla fine hanno vinto gli italiani. Ma a distanza. Ci sono volute tre, quattro, cinque generazioni, ognuna delle quali ha pagato un prezzo straordinariamente alto.

Nessuno può immaginare come sarebbe cresciuta la nostra emigrazione se fosse stata aiutata; come sarebbero cresciuti i Paesi di accoglienza, se avessero potuto ricevere, fin dall’inizio, non solo un forte contributo demografico, ma anche professionale, economico e culturale. I nostri emigrati hanno raggiunto traguardi che suscitano ammirazione, ma quello che hanno fatto, lo hanno fatto da soli.

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